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Corsa frenata per le fonderie

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MILANO – I clienti esteri sono sempre più difficili da soddisfare, e l’industria italiana di fonderia rischia di perdere il passo della competitività. È una corsa frenata, quella dell’industria pesante italiana. La zavorra è rappresentata soprattutto dai costi dell’energia, un gap troppo pesante da sopportare – quasi 1,5 milioni di euro di costo medio in più in bilancio rispetto agli altri competitor europei, secondo i calcoli di Assofond, la principale associazione di settore –, che rischia di minare le potenzialità del comparto, ancora in grado di fare della qualità del prodotto e dell’impiantistica, insieme alla flessibilità della produzione, le armi per mantenere la clientela.

Parlare di getti da fonderia, oggi in Italia, significa parlare soprattutto di mercato automobilistico, o al massimo di movimento terra, un mercato che travalica i bacini nazionali (il settore rifornisce anche l’edilizia e l’arredamento urbano, ma il segmento, vedi pezzo a lato, sta attraversando una pesante fase di stagnazione).

Nell’automobile invece gli ordini non mancano. «Sono anni ormai che le aziende associate hanno diversificato da Fiat – spiega Enrico Frigerio, presidente di Assofond –. Lavoriamo bene con Volkswagen, con Audi, con Mercedes, con tutte le grandi case automobilistiche internazionali». Il problema non è però la crisi del mercato dell’auto (crisi tutta europea, dal momento che negli ultimi anni la produzione di automobili ha continuato a crescere a livello mondiale), quanto piuttosto la capacità delle aziende di mantenere una soglia di redditività accettabile. «So per certo – aggiunge Frigerio – che ci sono realtà che in questo momento stanno trattando per aumenti di fornitura importanti con aziende europee della componentistica auto. Il problema, però, è che non riescono a fare il prezzo».

Anno dopo anno, i margini dell’industria si sono assottigliati. La perdita di redditività dell’industria di fonderia è evidente se si osserva il peggioramento dell’ebitda medio settoriale, che esprime la capacità di un’azienda di vendere i propri prodotti ad un prezzo che consenta di coprire i costi operativi sostenuti per consumo di materie prime e per servizi, oltre al costo del personale dipendente. Il picco positivo dell’indice di redditività (l’Ebitda rapportato al fatturato) per le fonderie di ghisa è stato raggiunto nel 2008, ad una soglia del dieci per cento. Per trovare valori dell’ebitda del 10% nel comparto delle fonderie dei metalli non ferrosi è necessario invece risalire ad oltre dieci anni fa, fino al 2002. Simili performance non si sono più ripetute. «Per installare e mantenere capacità produttive all’altezza delle aspettative della nostra forza lavoro – prosegue il presidente di Assofond – il nostro ebitda dovrebbe essere superiore al 15 per cento». Un obiettivo oggi raggiunto solo in alcuni settori di nicchia (per esempio nel caso delle ghise sferoidali trattate). Non è certo il caso dell’automotive e della meccanica generale. Una fonderia automotive oggi lavora con ebitda che vanno dal 4 al 10 per cento. Secondo i dati Assofond, nel settore della meccanica generale, esclusi i grandi getti, l’11% delle aziende lavora con ebitda negativi, il 52% con ebitda inferiori al 10 per cento e solo il 37% con ebitda dal 10 al 20%. Questi ultimi, però, sono minacciati dalla pressione di prezzo di quel 63% che presenta ebitda negativo o inferiore al 10 per cento.

Eppure le potenzialità del settore, come detto, sono ancora intatte. Le oltre mille fonderie italiane riescono oggi ad esportare 4,3 miliardi di euro di produzione (il fatturato complessivo è di 7,5 miliardi di euro) e nel 2012, soprattutto grazie al traino della Germania nella prima parte dell’anno, sono riuscite ad aumentare del sei per cento il valore dell’esportato. «Il mercato è cambiato, la globalizzazione ha spostato i baricentri di produzione e consumo di molti beni, anche nel settore dei metalli ma l’eccellenza italiana resta, gli impianti i macchinari e le tecnologie create a misura del cliente sono una nostra prerogativa, nota ed apprezzata in tutto il mondo» ha recentemente spiegato Mario Bertoli, ad dell’azienda dell’alluminio Metra e presidente di Assomet, a margine della presentazione di Metef, la fiera principale del settore.

Il quadro congiunturale, però, segna un deciso deterioramento. Il risultato medio acquisito nel primo semestre del 2012 dall’industria di fonderia cela al suo interno situazioni fortemente differenziate. Un’analisi dettagliata per tipologia di lega evidenzia nei primi sette mesi del 2012 un calo dell’8% per i getti di ghisa, mentre i getti di acciaio perdono il 2%. In flessione del 7% i getti di metalli leggeri (alluminio e magnesio), mentre i getti di altri metalli non ferrosi (zinco, rame, bronzo) rallentano del 6 per cento.

Secondo l’analisi di Assofond, ad oggi il ritmo produttivo dei getti di acciaio ha subito un rallentamento, ma presenta una discreta tenuta rispetto agli altri settori grazie al supporto delle fonderie che producono getti di grosse dimensioni che stanno ancora esaurendo vecchi ordini, e che solitamente recepiscono con uno sfasamento temporale gli effetti della recessione. Analizzando la produzione dei getti rispetto ai principali mercati di sbocco si rileva come l’unico comparto che sia riuscito a chiudere il primo semestre con un segno positivo sui volumi realizzati è quello siderurgico (+6%). Per tutti gli altri principali settori di destinazione, si sono ampliate le distanze dai livelli di attività pre-crisi. «Ma la produttività è intatta – ribadisce Frigerio – e potremmo recuperare quel 10-20% di volume perso, se solo fossimo messi nelle condizioni di competere con il resto dell’Europa».

Fonte: Il Sole 24 Ore

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