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Acciaio e alluminio, la Cina avvia il piano di tagli anti-smog

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La Cina fa sul serio. La chiusura anti-smog di acciaierie e fonderie di alluminio durante l’inverno non è più soltanto una proposta, ma un ordine del Governo.

La misura riguarda 28 città, tra cui i maggiori centri industriali del Paese asiatico, e potrebbe avere un forte impatto anche a livello internazionale: anche se le fermate avverranno solo dal prossimo anno – e solo tra novembre e marzo, quando le esigenze di riscaldamento fanno impennare i consumi di carbone – dovrebbero provocare una sensibile contrazione dei volumi di produzione dei metalli, con probabili conseguenze sui prezzi.

Le quotazioni dell’alluminio in particolare sono entrate in tensione già da qualche mese proprio sull’ipotesi di tagli produttivi in Cina. Al London Metal Exchange il metallo è in rialzo del 15% da inizio anno, la migliore performance tra i non ferrosi, e ieri si è spinto fino a 1.956 dollari per tonnellata, il massimo da maggio 2015.

A Wall Street si è intanto impennato del 9% il titolo di Alcoa, che non solo produce alluminio ma è il maggior fornitore mondiale di allumina. Anche questa materia prima viene infatti investita dal piano cinese anti-inquinamento, che la Reuters ha rivelato nei dettagli sulla base di un documento redatto il 17 febbraio dai ministeri delle Finanze e della Protezione ambientale, insieme all’Ufficio nazionale per l’energia, alla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme e a diversi governi regionali.

Il timing della pubblicazione delle misure è significativo: domenica a Pechino inizierà infatti la sessione plenaria annuale dell’Assemblea nazionale del popolo e in primo piano tra i temi di dibattito ci sarà proprio l’emergenza ambientale. Anche per questa occasione, come già altre volte nel recente passato, per garantirsi un cielo più limpido verrà sospesa la produzione di acciaio nelle zone circostanti.

Il piano anti-smog invernale prevede che gli impianti siderrugici dimezzino l’output tra novembre e marzo in quattro province del Nord (Hebei, Shanxi, Shandong ed Henan) e nelle municipalità di Pechino e Tianjin. L’Hebei dovrà anche accelerare nella riduzione della capacità degli impianti, raggiungendo gli obiettivi entro fine anno.

In 28 città cinesi il Governo prescrive anche la riduzione di oltre il 30% della capacità delle fonderie di alluminio e della produzione di allumina: misure che se applicate alla lettera (esito non scontato, data la probabile resistenza delle autorità locali) sarebbero secondo il ceo di Alcoa, Roy Harvey, un «game changer» per l’industria dell’alluminio, afflitta da un enorme eccesso di offerta concentrato solo in Cina, ma riversato ovunque nel mondo con esportazioni a prezzi di dumping.

In un rapporto di gennaio Goldman Sachs scriveva che un taglio del 30% della capacità in Cina «risulterebbe in una perdita di almeno 2,5 milioni di tonnellate di produzione annualizzata di alluminio, che probabilmente sposterebbe il mercato globale dalla condizione di equilibrio prevista per il 2017 a un deficit di 1,5-2,5 milinoi di tonnellate».

Secondo Citigroup, assumendo uno stop degli impianti solo nei 4 mesi invernali, in Cina la produzione di alluminio si ridurrebbe del 5%, quella di allumina del 9% e quella di acciaio del 3%. I rialzi di prezzo a livello locale influenzerebbero quasi certamente i corsi di queste materie prime anche altrove, considerato che la Cina è responsabile di oltre metà dell’offerta mondiale sia di acciaio che di alluminio.

Fonte: www.ilsole24ore.com

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