fassi srl | China Zhongwang Holdings Chairman Liu Zhongtian toasts during the debut of Zhongwang Holdings at the Hong Kong Stock Exchange

Aleris, parlamentari Usa: no al passaggio alla Cina del colosso dell’alluminio

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Con una lettera del 9 giugno scorso – il cui contenuto è stato rivelato oggi dall’agenzia Reuters – i deputati (sia democratici sia repubblicani) hanno avvertito Steven Mnuchin che vendere a Pechino il colosso Usa con impianti negli Stati Uniti, in Europa e nella stessa Cina rappresenterebbe “un grave errore strategico”. “È essenziale che il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) – scrivono i parlamentari al ministro di Trump – eserciti la massima cautela quando un investimento straniero comporta il trasferimento alla Cina di conoscenze in campo militare e tecnologie sensibili”.

Come nel caso della vendita della multinazionale tedesca Aixtron al cinese Fujian Grand Chip Investment Fund bloccata dall’ex presidente Usa Barack Obama nel dicembre scorso, anche per Aleris vengono tirate in ballo presunte implicazioni militari delle produzioni dell’azienda nel mirino dagli investitori cinesi.

Tuttavia Jason Saragian, ha dichiarato alla Reuters che negli Stati Uniti la sua compagnia non si occupa del settore della difesa. “Riteniamo che questa lettera sia basata sulla disinformazione – sostiene il portavoce di Aleris -. La verità è che il completamento della transazione salverebbe posti di lavoro e ne farebbe nascere altre centinaia nel settore dell’alluminio”.

Secondo i firmatari dell’appello a Mnuchin invece Aleris produce leghe speciali impiegate in ambito militare. “Enti cinesi, incluse le industrie di Stato o quelle controllate dallo Stato, spesso mantengono rapporti con l’esercito cinese – sostengono i parlamentari Usa -, dunque c’è il rischio che tecnologie militari Usa finiscano nelle mani sbagliate”. Inoltre “sarebbe un grave errore strategico permettere a enti come Zhongwang Holding di controllare produttori di alluminio statunitensi come Aleris”.
Già nel novembre scorso – sotto l’amministrazione Obama – una decina di parlamentari aveva scritto all’ex ministro del Tesoro Jack Lew invitandolo a rivedere l’accordo, raggiunto nell’agosto 2016 tra la corporation a stelle e strisce e il magnate cinese dell’alluminio Liu Zhongtian.

Intanto il CFIUS, il comitato governativo che negli Stati Uniti si occupa di scrutinare gli investimenti stranieri, ha ricevuto da parte della cinese Canyon Bridge Capital Partner la terza richiesta consecutiva (dopo quelle del gennaio e del marzo scorso) di approvazione dell’acquisto (per 1,3 miliardi di dollari) di Lattice Semiconductor, multinazionale quotata al Nasdaq e con sedi negli Stati Uniti e in Asia.

Quello dei semiconduttori è un settore chiave per l’industria del presente e del futuro, nel quale la Cina sta provando a rafforzare la sua rincorsa agli Stati Uniti.

Il CFIUS ha 75 giorni di tempo per esaminare queste domande. Anche in questo caso – a dimostrazione della crescente preoccupazione negli Usa per le acquisizioni cinesi, soprattutto nei settori hi-tech – gruppi di parlamentari stanno facendo pressione sul CFIUS affinché la transazione sia bloccata, perché ritengono che Canyon Bridge sia alimentato con fondi statali.

E la statunitense Inseego qualche giorno fa ha annunciato di aver rinunciato a un accordo da 50 milioni di dollari per vendere la sua MiFi hotspot mobile alla cinese TCL, a causa di “ritardi e incertezze nell’approvazione da parte del CFIUS”.

Secondo i detrattori di Trump, il Comitato si sta trasformando in uno strumento della politica “America first” promossa dal presidente Usa.
“Ci sono questioni tecniche e cambiamenti sui quali stiamo lavorando – ha replicato qualche giorno fa il segretario del Tesoro Steven Mnuchin – ma fondamentalmente vogliamo continuare a utilizzare il CFIUS per lo scrutinio di acquisizioni con implicazioni per la sicurezza nazionale, e affrontare separatamente le questioni economiche”.

Se nei prossimi mesi venisse confermata questa tendenza alla chiusura da parte del governo di Washington e in mancanza di strumenti di protezione simili a quelli Usa da parte di molti paesi dell’Unione europea, è probabile che compagnie e fondi cinesi si concentrino maggiormente sull’Europa nella loro caccia ad aziende e tecnologie in grado di poter far compiere al sistema industriale della Repubblica popolare l’auspicato salto di qualità.

Fonte: www.cinaforum.net

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